Fùren
Forno

òtri

Chèsta l'è la galeria da 'ndùa i tirava fò i sàs, con itè ól fèr, che se vit amò ilò 'muntunàc'= questa è la galleria da dove estraevano le pietre, contenenti ferro, che si vedono ancora li ammucchiati

fùren = forno, inteso anche forno fusorio di quando fondevano i sassi per estrarre il ferro sulle Orobie delle valli d'Ambria, Venina, Livrio, Cedrasco e Fusine (Val Tartano).

Le estrazioni del ferro risalgono al 1300...

"Ser Holdericus de Ambria qui stat ad Castrum Ambriae Territori Tresivi plani" promette di consegnare ad "Arigo de Bordogna in loco de Zedrascho territori de Postalexio centenari 250 ferri cruddi boni de ilo Castro Ambrie aut furni de Livrio, aut furni de Zedrascho, aut furni Valtarteni".

Inoltre risulta che nel 1465 un Della Torre di Ambria fosse un "magister ferrarius" a Boffetto (il nome Boffetto deriva proprio per il fatto che esisteva un grosso mantice adoperato nella fucina per la lavorazione del ferro)

 

Chèl che rèsta del böc 'ndùa gh'era 'l fùren = quello che resta del buco dove c'era il forno

L'estrazione del ferro sulle nostre Alpi Orobie è continuata anche dopo il 1800.

<<..1822 il forno che esisteva a Carona venne chiuso ed aperto in Valtellina a San Salvatore nella Valle del Livrio>>

link al libro del 1836

altro link libro 1840

A metà pagina di questo indirizzo

http://www.liviobenettiarte.it/naturalia/articolo3.html

si trova quanto scritto da Ornella Forza, autrice di un articolo sulla Comunità di Albosaggia apparso negli anni '80 sulla Rassegna della Provincia.

(del Furen ne parlano anche qui)

Per fondere i sassi usavano il carbone sempre realizzato nelle stesse valli con il seguente metodo:

<<Si doveva trovare una radura pianeggiante, nel cui mezzo si costruiva la camera del forno, con tronchi di piante fogliate (cioè non secche), al cui interno veniva lasciata una cavità di circa mezzo metro.

Intorno al forno si appoggiavano, poi, in posizione verticale, pezzi di legno lunghi non più di un metro, avvolgendolo con due o tre giri e circondandolo interamente, sopra e sotto, in modo da formare una specie di cupola.

Al suo centro doveva essere assicurata un’apertura, una sorta di caminetto, collegata con la camera centrale.

La cupola veniva, quindi, ricoperta di terra e fogliame umido, in maniera tale che rimanessero alcuni piccoli canali di sfiato.

Terminata la carbonaia (il “puiàt”), si accendeva il fuoco al suo interno, introducendo dal camino piccoli rami secchi incendiati.

Lo scopo era quello di produrre una lenta e costante combustione, che andava sempre sorvegliata, per evitare che il fuoco ardesse troppo, bruciando la carbonaia, o si spegnesse.

Se necessario, si interveniva anche con l’acqua per moderare la combustione: per questo i puiàt venivano costruiti non lontano da corsi d’acqua.

Quando tutto andava bene, la lenta combustione, che durava giorni, produceva il carbone.

Al termine della combustione, annunciato dal fumo più chiaro, il carbone era pronto e veniva estratto disfando la carbonaia>>.

Rimaneva sul territorio grossi segni rotondi con residuo di carbonella, negli anni '60 del 1900 erano ancora ben visibili sul greto del fiume Livrio nei pressi dell'affluente Pesol, li ho visti personalmente.

Per la fusione dei sassi erano necessari:

<<A fondere poi 40 quintali di minerale voglionsi 25 sacchi di carbone forte il quale costa lir 4, 40 al sacco circa >>

link al libro 1834

<<a Grosio si fondono campane e nella valle del Livrio tra Cajolo e Cedrasco mobili d 'ogni maniera in ghisa.>>

link al libro 1834

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